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L’infermiere di domani?

Pubblicato il  22 agosto 2019

Redattore  Lorenzetti Cristina

Think tank al Meeting Salute di Rimini 2019 sulla formazione per le professioni sanitarie: gli interventi della presidente Barbara Mangiacavalli e del consigliere-tesoriere Giancarlo Cicolini.

Lo sviluppo della professione infermieristica non è solo manageriale, ma anche clinico e per questo di fondamentale importanza è riconoscere ai professionisti le specializzazioni e il loro percorso formativo, non solo come approfondimento professionale legato ai master, ma come vero e proprio livello di istruzione universitaria superiore. 

E alle specializzazioni saranno anche legati la progressione di carriera e il principio di infungibilità.

Questo il panorama prossimo che la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) sta disegnando per lo sviluppo dell’attività assistenziale degli oltre 450mila suoi iscritti di cui 385mila in servizio e di questi 270mila circa alle dipendenze del Servizio sanitario nazionale. Numeri che si traducono in una consistenza della professione infermieristica pari a oltre il 45% di chi lavora in sanità e in oltre il 40% di chi dipende dalle strutture pubbliche.

E questo è stato l’argomento al centro del think tank sulla formazione delle professioni al Meeting Salute in svolgimento a Rimini dal 19 al 24 agosto.  

“Occorre stratificare le competenze specialistiche sia nei modelli organizzativi che negli incardinamenti normativi e contrattuali”, ha detto la presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli.

Già domani quindi ci aspetta un infermiere non più solo dedicato alle “esigenze di reparto e di azienda”, ma specializzato secondo canoni che la Federazione sta mettendo a punto con i ministeri di Salute e Università e su cui presto si confronterà con le Regioni.

Il quadro della nuova professione infermieristica legata alla crescita formativa va dall’infermiere generalista che lavora nell’assistenza generale, partecipando all’identificazione dei bisogni di salute, pianificando, gestendo e valutando l’intervento infermieristico su persone o gruppi di persone, sane o malate, in strutture territoriali e ospedaliere all’infermiere specialista con competenze avanzate che lavora con ampia autonomia nell’assistenza a pazienti complessi e vulnerabili di una determinata tipologia specialistica, contribuisce allo sviluppo della professione ampliando le competenze cliniche a quelle di formazione, organizzazione e ricerca ed esercita la leadership in maniera efficace e proficua, come i modelli internazionali (Oms ad esempio) richiedono.

Un modo nuovo quindi di fare assistenza, che ricalca quanto già accade nei paesi maggiori partner europei come Inghilterra, Spagna, Germania e Francia, con cui tra l’altro è aperto lo scambio di professionisti.

“Il riferimento alla pratica infermieristica avanzata – spiega Mangiacavalli - è sempre relativo alla pratica clinica ed è caratterizzata da due elementi fondamentali: l’approfondimento e l’estensione del sapere. L’infermiere che ha acquisito competenze avanzate esercita la sua attività con ampia autonomia, contribuisce allo sviluppo della professione attraverso la formazione e la ricerca, è agente di cambiamento (leadership). E le competenze specialistiche avanzate, lo hanno ampiamente dimostrato gli studi internazionali, contribuiscono a migliorare gli esiti clinici”.

Tutto questo poi prevede l’infungibilità della specializzazione, cioè chi è specialista in una branca non può essere utilizzato per un’altra. Si tratta, in analogia con altri professionisti della salute, di riconoscere all’infermiere specialista il suo ruolo, le sue capacità e le sue funzioni all’interno dei meccanismi dell’assistenza. Gli infermieri, spiega la FNOPI, sono spesso risorse utili al sistema per la loro trasversalità professionale ma proprio questo approccio, in questa fase di blocco del turn over, sta facendo perdere lo sviluppo di competenze specialistiche a svantaggio della popolazione assistita. 

“L’infungibilità legata alla specializzazione infermieristica – afferma Mangiacavalli - parte dalla necessità di un coordinamento trasversale dell’assistenza che richiede nuovi ruoli, già individuati nelle aree specialistiche. Sono necessarie e prevedibili figure di infermiere con perfezionamento clinico e nel management, formato a vari livelli. e in grado di orientare, governare sia i processi assistenziali tipici di una certa area clinica, sia le competenze professionali necessarie per realizzarli. Ovviamente – chiarisce - per chi non seguirà questo tipo di percorsi, c’è sempre l’infermiere con competenze fondamentali, che svolge la professione garantendo il livello iniziale e più diffuso con competenze commisurate al percorso di base abilitante”. 

Alla base di tutto poi c’è la necessità che a formare gli infermieri siano gli infermieri. Oggi la professione infermieristica che negli Atenei è la più numerosa (circa il 45% degli iscritti nelle facoltà mediche) ha un numero troppo basso di docenti-infermieri: il rapporto docenti/studenti è 1:1.350 contro, ad esempio, un rapporto di 1:6 per la facoltà di odontoiatria. Per abilitare i professori necessari ci vorrà anche un investimento relativo di circa 1,7 milioni l’anno, ma è necessario che per una formazione di livello avanzato sia previsto anche un diverso sviluppo del corpo docenti.  

“Gli obiettivi di tutto questo – spiega Giancarlo Cicolini, del Comitato centrale della FNOPI – sono di mantenere la continuità dell'assistenza e l'applicazione dei percorsi clinico-assistenziali, garantire appropriatezza dei trasferimenti nelle diverse aree di intensità (alta - media-bassa intensità), migliorare i percorsi di dimissione dei pazienti, integrare al massimo ospedale e territorio, utilizzare in modo razionale le risorse rispetto alla tipologia di paziente e al suo piano di dimissione, valutare i pazienti proposti per il trasferimento da altre unità operative ad altre aree”. 

“D’altra parte – aggiunge Cicolini – sono gli stessi infermieri che nella loro formazione chiedono di salire gradini più alti. Una recente indagine Almalaurea, consorzio interuniversitario che analizza ogni anno le condizioni e le aspettative dei laureati, ha evidenziato che Il 65,1% degli infermieri con laurea triennale intende  proseguire gli studi, nel 17,% dei casi con la laurea magistrale e nel 33,9% con i master  e tra quelli con laurea magistrale il 37,3% intende proseguire gli studi con un master o altro corso di perfezionamento (qui si inseriscono le specializzazioni), mentre il 13,5% con il dottorato di ricerca”.

Nella formazione poi un ruolo essenziale soprattutto per garantire qualità assistenziale ai pazienti è l’aggiornamento continuo (ECM, educazione continua in medicina). E di questo la FNOPI si fa garante: ma maggio 2019 ha istituito – prima tra le professioni - una Rete omogenea di referenti per garantire che tutti gli infermieri perseguano l’aggiornamento continuo, valorizzare le esperienze consolidate negli ordini provinciali, condividerle e metterle a disposizione di tutti.

“La FNOPI – spiega Mangiacavalli - ha sempre tenuto nella massima considerazione l’aggiornamento e il ruolo degli infermieri nel sistema Ecm  tanto che abbiamo voluto inserire nel recente, nuovo Codice deontologico un articolo ad hoc secondo cui  ‘l’Infermiere fonda il proprio operato su conoscenze validate dalla comunità scientifica e aggiorna le competenze attraverso lo studio e la ricerca, il pensiero critico, la riflessione fondata sull’esperienza e le buone pratiche, al fine di garantire la qualità e la sicurezza delle attività. Pianifica, svolge e partecipa ad attività di formazione e adempie agli obblighi derivanti dal programma di Educazione Continua in Medicina’, in modo tale da chiarire bene a tutti come la professione si pone nei confronti dell’Ecm, a garanzia dei pazienti

 

(Articolo tratto dal sito della FNOPI: http://www.fnopi.it/attualita/l)

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