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Pit Salute 2017

Pubblicato il  14 dicembre 2017

Redattore  Lorenzetti Cristina

La cosa più grave, secondo Mangiacavalli, è la denuncia del Pit sulle dimissioni ospedaliere sempre più anticipate e complesse a fronte di una rete dei servizi socio-sanitari territoriali non  in grado di dare risposte alle persone in condizioni di “fragilità”, come gli anziani soli, le persone non autosufficienti o con cronicità, quelle con sofferenza mentale. L'EXECUTIVE SUMMARY DEL RAPPORTO

I cittadini vogliono curarsi nel servizio sanitario pubblico, perché si fidano e non possono sostenere i costi di una assistenza privata. Ma fanno i conti con liste di attesa, costo dei ticket e dei farmaci e con un’assistenza territoriale che, più del passato, mostra il fianco.

A mostralo sono i dati del XX Rapporto PIT Salute di Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato, dal titolo “Sanità pubblica: prima scelta, ma a caro prezzo”, presentato oggi a Roma e realizzato con il sostegno non condizionato di Ipasvi, FmomCeO e Fofi.

Difficile per i cittadini accedere al servizio sanitario pubblico: poco meno di un terzo lamenta difficoltà, ritardi, eccesso di burocrazia e costi. Le principali problematiche in quest’ambito sono quelle delle liste d’attesa e dei ticket ed esenzioni, le prime con un dato stabile al 54,1% e le seconde con un aumento dal 30,5% del 2015 al 37,5% del 2016.

Per quanto riguarda le liste d’attesa, i cittadini segnalano soprattutto tempi lunghi per accedere alle visite specialistiche, in misura di un valore che passa dal 34,3% del 2015 al 40,3% del 2016. Seguono, con il 28,1% delle segnalazioni (era il 35,3% nel 2015), i lunghi tempi per gli interventi chirurgici; al terzo posto le liste di attesa.

Il 37,4% denuncia i costi elevati e gli aumenti relativi ai ticket per la diagnostica e la specialistica, mentre il 31% esprime disagio rispetto ai casi di mancata esenzione dal ticket (in aumento, rispetto al 24,5% del 2015) Oltre che per i ticket, i cittadini denunciano come insostenibili i costi per farmaci, intramoenia, RSA e protesi ed ausili.  per gli esami diagnostici (dal 25,5% 2015 al 26,4% del 2016).

In aumento anche le difficoltà relative all’assistenza territoriale (dall’11,5% del 2015 al 13,9% del 2016): in particolare, quasi un cittadino su tre (30,5%) segnala problemi con l’assistenza primaria di base, soprattutto per rifiuto prescrizioni da parte del medico (anche per effetto del decreto appropriatezza) e per l’inadeguatezza degli orari dello studio del medico di base. In seconda battuta, il 16,6% ha difficoltà all’interno delle strutture residenziali come RSA e lungodegenze, a causa dei costi eccessivi della degenza (per quasi due su cinque), della scarsa assistenza medico-infermieristica (meno di uno su tre) e delle lunghe liste di attesa per l’accesso alle strutture (uno su cinque).

Il 15% ha problemi con la riabilitazione, in particolare in regime di degenza (45,4%): in due casi su cinque è valutato di scarsa qualità e in quasi un caso su quattro risulta assente per la carenza di strutture o posti letto. Poco meno del 30% incontra problemi con la riabilitazione a domicilio, che non si riesce ad attivare o che viene sospesa all’improvviso. Inoltre, il 14,3% segnala criticità nell’assistenza domiciliare: in un caso su tre non sanno bene come attivare il servizio, a causa della carenza di informazioni o delle difficoltà burocratiche, o addirittura l’assistenza domiciliare è del tutto assente nella loro zona di residenza.

Crescono anche i problemi per l’assistenza protesica ed integrativa (dal 7,8 al 12,4%) sia per i tempi di attesa che per l’insufficienza delle forniture che li costringono a sostenere costi privati ulteriori.

Il 13,8% dei cittadini, in crescita rispetto al 2015, segnala disservizi per il riconoscimento che in più della metà dei casi risulta estremamente lento. In un caso su quattro l’esito dell’accertamento è considerato inadeguato alle condizioni di salute. Troppo lunghi inoltre, per il 15,8% dei cittadini che si rivolge a Cittadinanzattiva, i tempi di erogazione dei benefici economici e delle agevolazioni.

Per quanto riguarda la lentezza dell’iter burocratico, più della metà (52,6%) riscontra problemi nella presentazione della domanda; il 18,5% lunghe attese per la convocazione a prima visita (in media 7 mesi); il 14,8% attende troppo per la convocazione alla visita di aggravamento; il 10,4% per la ricezione del verbale definitivo (in media 9 mesi) e per l’erogazione dei benefici economici (12 mesi).

In lieve diminuzione le segnalazioni su casi di presunta malpractice e sicurezza delle strutture: nel 2016 arrivano al 13,3% rispetto al 14,6% del 2015. La voce più rappresentata (47,9%) è quella dei presunti errori diagnostici e terapeutici, con alcune aree critiche che sono: per le diagnosi l’ambito oncologico (19%), ortopedico (16,4%), ginecologico ed ostetrico (12,4%); per la terapia, l’ortopedia (20,3%), la chirurgia generale (13,4%) e la ginecologia ed ostetricia (12,1%).

Cresce invece il dato sulle condizioni di sicurezza delle strutture (dal 25,7% al 30,4%) che riguardano soprattutto le disattenzioni del personale (13,6%), i casi di sangue infetto (5,4%) e le infezioni ospedaliere (5,4%).

L’8,2% dei cittadini segnala problematiche nell’assistenza ospedaliera (88,2%) e nella mobilità sanitaria (11,8%). In riferimento alla prima voce, è soprattutto l’area della emergenza urgenza ad essere nel mirino delle lamentele delle persone che segnalano procedure di triage non trasparenti (42,9%) e lunghe attese al Pronto soccorso (40,5%). Segue il tema dei ricoveri, su cui i cittadini denunciano spesso di vedersi rifiutato il ricovero (34,5%), o che lo stesso è avvenuto in un reparto inadeguato (21,4%) e ancora la mancanza di reparti e servizi (7,2%). In particolare ciò avviene in oncologia, ortopedia e neurologia. In aumento, rispetto al 2015, le segnalazioni sulle dimissioni: il 58,8% le reputa improprie, il 29,2% ha difficoltà ad essere preso in carico dal territorio dopo la dimissione, che non risparmiano nemmeno i malati nella fase finale della vita (11,8%).

I problemi quindi sono sempre gli stessi: poco personale per la carenza ormai dilagante legata ai blocchi di assunzioni e turn over e sul territorio cittadini che segnalano scarsa assistenza medico-infermieristica (meno di uno su tre) e lunghe liste di attesa per l’accesso alle strutture (uno su cinque), anche per i costi eccessivi della degenza (per quasi due su cinque) delle strutture residenziali come RSA e lungodegenze.

“Colpa non solo di ritmi di lavoro che di umano hanno ben poco – commenta Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale Collegi Ipasvi, a cui fanno capo gli oltre 447mila infermieri in servizio in Italia  – ma anche del fatto che quasi nella totalità dei casi un infermiere deve lavorare almeno per due, vista la carenza di organici e la scarsa disponibilità organizzativa delle aziende. Abbiamo denunciato noi per primi la carenza di almeno 50mila infermieri di cui circa 20mila in ospedale e gli altri sul territorio. I blocchi del turn over e le politiche di risparmio di spesa hanno provocato in questo senso danni all’assistenza e lo dimostra il fatto che il Pit salute ha rilevato le lamentele dei pazienti che non trovano infermieri (ma non solo) a sufficienza in ospedale per garantire servizi e assistenza di qualità e tempestiva come spesso i bisogni dei pazienti richiedono”.

“La nostra professione – continua Mangiacavalli – ha come scopo il rapporto coi pazienti. È per noi un elemento valoriale importante sia professionalmente che per il ‘patto col cittadino’ che da anni ci caratterizza. Per noi è essenziale avere una relazione privilegiata con loro, per comprendere come ci vedono e come possiamo soddisfare nel modo migliore i loro bisogni di salute. Per questo abbiamo attivato proprio con Cittadinanzattiva  l’Osservatorio civico sulla professione: siamo pronti ad affrontare le critiche se la qualità del lavoro non va – e la critica non è mai questa - , ma non possiamo caricarci di responsabilità anche quando a far girare male le cose è una organizzazione che tiene conto solo dei risparmi possibili ”.

La cosa più grave, secondo Mangiacavalli, è proprio la denuncia del Pit sulle dimissioni ospedaliere sempre più anticipate e complesse a fronte di una rete dei servizi socio-sanitari territoriali non  in grado di dare risposte alle persone in condizioni di “fragilità”, come gli anziani soli, le persone non autosufficienti o con cronicità, quelle con sofferenza mentale.

“E’ proprio l’invecchiamento e la cronicità delle patologie – aggiunge - che fanno esplodere la domanda di prestazioni infermieristiche. E gli infermieri lo sanno e sanno di dover quindi affrontare nuove sfide anche attraverso diverse impostazioni dell’organizzazione del lavoro. Gli infermieri devono saper riconoscere oltre a quelli clinici, anche i bisogni assistenziali ed emotivi dei pazienti e delle loro famiglie, saper affrontare il dolore e la malattia e gestire il prima, il durante, ma anche il ‘dopo’, rispetto a problematiche diverse dall’assistenza in acuzie e post-acuzie. Per questo è indispensabile che gli infermieri ci siano, siano sufficienti e siano coinvolti in prima persona oltre che nell’assistenza anche nell’informazione e nell’educazione ai malati e ai ‘sani’ perché si possano prevenire le patologie”.

“Gli infermieri in questo senso – aggiunge Pierpaolo Pateri, componente del Comitato centrale della Federazione Ipasvi intervenuto alla presentazione del Pit Salute - promuovono da tempo la figura dell'infermiere di famiglia di cui si auspicano la più ampia diffusione sul territorio nazionale e gestiscono ambulatori infermieristici territoriali che operano tra mille difficoltà. In primis la carenza numerica di professionisti, appunto, ma che andrebbero incrementati per rappresentare un punto di riferimento certo per la presa in carico dei pazienti fragili dimessi e per l'orientamento dei familiari e dei caregiver nella gestione dell'assistenza”.

Mangiacavalli non ha dubbi: “Ha ragione il Pit: vanno  rilanciati gli investimenti sul Ssn in termini di risorse economiche, di interventi strutturali per ammodernamento tecnologico ed edilizia sanitaria e, soprattutto, sul personale sanitario”.   

“I cittadini non ce la fanno più ad aspettare e a metter mano al portafoglio per curarsi - ha commentato Tonino Aceti, Coordinatore nazionale Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva - anche le vie dell’intramoenia e del privato sono diventate insostenibili. Serve più Servizio Sanitario pubblico, più accessibile, efficiente e tempestivo”.

E ancora, aggiunge Aceti, a fronte di dimissioni ospedaliere sempre più anticipate e problematiche, "la rete dei servizi socio-sanitari territoriali non è in grado di dare risposte alle persone in condizioni di “fragilità”, come gli anziani soli, le persone non autosufficienti o con cronicità, quelle con sofferenza mentale. E’ anche per questo che le famiglie fanno sempre più affidamento su quel poco di ossigeno, insufficiente, dato da invalidità civile e accompagnamento. Ma incontrano anche qui difficoltà di accesso crescenti".

EXECUTIVE SUMMARY DEL PIT SALUTE 2017 

 

(Articolo tratto dal sito della FNC: http://www.ipasvi.it/attualita/pit-salute-2017)

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